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Mongolia: Il Paese dei lupi azzurri Un volo lento, leggero, quasi sospeso. Le braccia dell’uomo si muovono come ali di velluto, il suo corpo massiccio si trasforma, per incanto, nei movimenti perfetti di un rapace in caccia. La folla dello stadio, per un momento, appare muta, lontana, ammirata dai cerchi aerei che l’uomo copie, con lievi passi di corsa, attorno alle insegne armate delle armate di Cinghis Khaan, piantate sul piedistallo sacro, ornato della aste dalle quali pendono code di cavallo bianche. La danza finale del lottatore è il suo rito, il suo canto di vittoria, la sua gioia silenziosa che non conosce fine. Il duello è finito, la sfida della lotta, nei giorni tumultuosi del Naadam, la più grande festa della Mongolia, è terminata. Gloria la vincitore! Gloria al vincitore. L’uomo più forte delle steppe, erede della grandezza di Cinghis Khaan, l’uomo più straordinario di questo millennio, figlio di un popolo che discende dall’amore appassionato fra un lupo dagli occhi azzurri e una daina sacra. Leggenda vera: i bambini mongoli, assicurano le nutrici di queste terre, nascono, ancor oggi, con un misterioso ematoma blu sulla schiena. Scomparirà all’età di tre mesi, ma è la prova che sono figli dei lupi azzurri. Gloria al vincitore!
512 lottatori hanno combattuto uno contro l’altro fino allo sfinimento. E’ l’atto di apertura del Naadam. Per ore e ore, si sono aggrappati alle braccia dell’avversario, si sono spinti testa contro testa, spalla contro spalla, per un tempo che appariva immobile; hanno confuso sudore e forza, hanno tentato sgambetti, colpi sulla schiena, strattoni a sorpresa per cercare di abbattersi a vicenda. Vince che costringe, anche per un solo secondo,l’avversario a terra, chi lo mette al tappeto. Perde chei cade al suolo, chi sfiora con il ginocchio o con il gomito l’erba del grande stadio di Ulaanbataar, sgangherata capitale della Mongolia. «La lotta è una prova di agilità e di intelligenza, più che di forza – avverte l’antropologa Michela Taddei Saltini – Vice chi ha la pazienza di aspettare l’attimo di distrazione del suo avversario». Gli assistenti dei lottatori incitano il loro atleta, gi stanno alle spalle, quasi soffiandogli sulla schiena. Con una mano sorreggono il suo cappello rituale. Per due giorni, senza soste, gli uomini della steppa e dei deserti si sono sfidati nella lotta, la più importante delle gare del Naadam, la Festa Grande, olimpiade mongola dei Tre Giochi dell’Uomo, voluta, sette secoli fa, da Cinghis Khaan per celebrare l’estate di questi immensi altopiani. Alla fine il vincitore può liberarsi dalla tensione e balla imitando il volo del Garuda, l’ uccello fantastico del misticismo orientale, la cavalcatura sacra di Visnù: l’uomo danza attorno al guerriero sconfitto, ma non vi è arroganza o superbia nei suoi gesti. Il lottatore che ah trionfato diventa “ il Leone” e prende sotto la sua protezione l’avversario. Se vincerà anche nelle competizioni dell’anno successivo conquisterà il titolo di Titano e il suo nome sarà celebre fino agli angoli più sperduti della stappa mongola, la sua fama raggiungerà ogni ail. Ogni accampamento di gher, le bianche tende dei popoli nomadi della Mongolia. Binabik Erkynlander ha vinto ogni sfida del Naadam per cinque anni di seguito: il suo nome è venerato come una divinità. Baterdene, un poliziotto, capione per nove volte consecutive, è stato nominato, senza esitazioni, colonnello(…).
Marco Polo, settecento anni fa, guardò, con gli occhi sorpresi, la folla dei giorni del Nadaam. Bevve il latte giumenta e ammirò i lottatori battersi, gli arceri centrare bersagli a distanze quasi impossibili, i cavalli correre, come divinità galoppanti, nei dossi della steppa. Oggi, in una mattina di luglio, il viaggiatore arranca, con fatica, fra la gente che accerchia lo stadio di Ulaanbaatar. Sono arrivati a migliaia dalle montagne dell’Altai e dalla depressione dei Grandi Laghi, dal deserto del Gobi e dalle praterie battute dagli implacabili venti siberiani. Hanno viaggiato per giorni e giorni. Hanno piantato le loro gher, come se fosse un improvviso villaggio olimpico, attorno ai malandati condomini sovietici della città. I mongoli spingono, si accalcano, premono contro le difese della stadio. Il viaggiatore e’ come smarrito è come in mezzo a moltitudini accaldate che si muovono a ondate: loro, da sempre, conoscono ogni segreto del Naadam, cerimonia di massa, che rispetta regole sconosciute a noi occidentali.
La lotta, senza categorie di peso e senza limiti di tempo, è l’unica competizione negata alle donne. Brucia ancora, nei racconti indicibili della steppa, il ricordo del trionfo di una donna in un antico Naadam. Non rivelò il suo sesso e vinse i più forti guerrieri di allora. Per questo oggi il lottatore deve avere il petto scoperto: non può ingannare il suo avversario. Dopo i primi combattimenti al centro dello stadio, la folla di Ulaanbaatar corre, come una sola onda, agli spiazzi dove sono allineati agli arcieri. Il tiro con l’arco e’ la seconda delle sfide del Naadam. La cavalleria mongola, nei secoli del più vasto impero della storia dell’umanità, dilagò dalle steppe asiatiche fino alle porte di Vienna: le frecce erano l’arma formidabile di questa di questa orda invincibile. Il cavaliere mongolo era capace, torcendosi in groppa al cavallo, di tirare sei frecce al minuto: una potenza di fuoco che non concedeva nessuna salvezza la nemico. Oggi, durante le gare di Ulaanbataar, l’arciere, in piedi davanti alla sua arma, cerca e trova, con uno sforzo disperato, una incredibile concentrazione. Il suo arco è a terra: non ha mirino, non ha stabilizzatori, è costruito con corno, nerbo animale e legno di larice. La corda è un intreccio di tendini di toro di tre anni. Piume di grifone cercano di dare equilibrio al volo delle frecce. L’arco assomiglia al profilo di un uccello in volo. Il cielo, nell’attimo dei lanci, diventa scuro di frecce che sembrano puntare verso le nuvole: la traiettoria è una parabola arcuata, il bersaglio, dodici file di 360 minuscoli dischetti di pelle, è a settanta metri, quasi invisibile al confine fra terra e cielo. Gli arcieri dell’orda mongola non potevano sprecare una sola freccia: ogni tiro doveva colpire l’avversario. Oggi il concorrente del Naadam ha quattro frecce e non può permettersi di sbagliare. Il giudice, a un passo dal bersaglio, vestito in uno sfavillante deel, l’abito della tradizione mongola, agita le braccia verso il cielo, quasi un osanna all’abilita’ dell’ arciere, ma le sue parole sono portate via dal vento: grida ‘Uukai, uukai ’, “‘occhio di toro”, centro colpito. La folla capisce e urla di entusiasmo, i bersagli vengono allontanati. La gara continua.
Nelle steppe mongole, i cavalli più veloci, protetti da pesanti pelli di pecora, sono condotti nei pascoli migliori, là dove l’erba è più alta, il clima più temperato. Un legaccio stringe la loro coda: sono animali superbi e bellissimi, saranno allenati severamente e trattati con grandi privilegi. I cavalli mongoli hanno consentito ai guerrieri di Cinghis Khaan di conquistare il mondo. I “cavalli celestiali” ammirati da Jppocrate provenivano da questi altopiani sconfinati come gli stupendi “destrieri color della brina” cavalcati dal popolo degli Alani: leggende delle steppe sostengono che il mito del centauro, metà uomo e metà cavallo, nacque dai racconti spaventati di viaggiatori dell’antica Grecia che narrano di misteriosi cavalieri di terre lontanissime, perdute in un Oriente sconosciuto. Infinite mandrie brade trottano, galoppano, stanno immobili, criniera scossa dal vento, in ogni angolo della Mongolia. Due cavalli sellati sono sempre impastoiati a fianco di ogni gher sperduta nel nulla. Nei giorni del Naadam, Ulaanbataar si trasforma in un immenso caravanserraglio: quarantamila cavalli, dopo settimane di viaggio, pascolano nelle praterie attorno alla capitale. I vecchi accarezzano con dolcezza gli animali, li parlano, sussurrano nelle loro orecchie le litanie ossessive dei gringo, le stesse che, secoli fa, venivano cantate per guerrieri prima delle battaglie. Centinaia di questi cavalli si sfideranno, l’ultimo giorno della Grande Festa, in una corsa sfrenata, in un galoppo furioso, in una carica impetuosa. Per trenta chilometri, l’antica distanza fra due stazioni di posta, i cavalli, gallonando contro il cielo, si inseguono, si sfiorano, tenendo ogni muscolo, dilatano pupille impazzite. L’onda dei cavalli svanisce dietro un’altura, riappare su un crinale stagliato contro il blu perfetto del cielo, si inabissa in avvallamenti improvvisi. E’ un ciclone di polvere, un rombo di zoccoli, un torrente in piena: la folla, eccitata, incita con un unico urlo sincopato: “Gug, gug”. I fantini sono come minuscoli soldati scossi dalla furia dei cavalli: sono bambini, ragazzini leggeri, maschi e femmine, magari come spilli, pelle e ossa, facce di paura e di orgoglio. Nessuno ha più di dodici anni. I più piccoli hanno cinque, sei anni. Sono saliti a cavallo prima di saper camminare. Sono loro a pilotare questa corsa irrefrenabile. Il loro peso non ostacola la rabbia dell’animale. Ogni bambino mongolo, almeno per una volta, partecipa a questa folle gara. Nella corsa del Naadam, vince il cavallo, non il cavaliere. Il fantino può anche cadere, è il cavallo che non deve mai fermarsi: deve arrivare al traguardo, deve vincere. Scarti improvvisi, cadute rovinose, zampe che vorticano, staffe che, colpendosi, scintillano, criniere che ondeggiano come una marea, vesti colorate che volano nel vento: i bambini sono ritti sulle staffe, sembrano galoppare nell’aria. L’ultimo brivido: l’onda irrompe sullo spazio del traguardo, travolge ogni ostacolo, quasi si impenna nell’ultimo sforzo, la folla ha un grido sospeso in gola. Tumny Ekh, Tummy Ekh: il cavallo, sfinito ed esausto, che ha varcato per primo la linea dell’arrivo è subito osannato, è il “primo dei Diecimila”. Il suo solo premio sarà la gloria: i vecchi, come antichi sciamani, accorrono con una ciotola in mano spruzzando la groppa del vincitore con airak, con il latte di giumenta fermentato, un cantante esalta, con versi improvvisati, la grandezza del cavallo, i genitori abbracciano, in slanci di gioia incontenibile, il figlio frastornato ed esitante. Per tutta la notte, nei bivacchi attorno alle tende, i nomadi della Mongolia, ubriachi di latte di cammella, si racconteranno, infinite volte, ogni attimo della corsa.
I giochi della steppa sono terminati. In poche ore il villaggio di gher, alle porte di Ulaanbaatar, verrà smontato, le famiglie riprenderanno su carri e camion, le lunghe strade del ritorno verso territori desolati e splendidi. Non chiedete dove vanno, dov’è il loro ail, il loro accampamento. Il vostro interprete sorriderà lievemente quando tradurrà la risposta degli uomini delle steppe: “Andranno di là per trecento chilometri. Poi gireremo verso Occidente”.
di Andrea Semplici Visita l'archivio dei nostri editoriali
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